Le stesse lenzuola

Lenzuola ospedale pediatria

Le stesse lenzuola di quando sei nato ti avvolgono ora che sei malato, nello stesso ospedale dove tutto è cominciato così male che non ci ho ancora fatto pace né credo mai lo farò.

Di notte i neonati non dormono, proprio quando tu sei più stanca e vorresti solo svenire sul letto. Ti guardano con occhi spalancati implorando “mamma tienimi vicino”, così tu ti aggiri nella notte dondolando con un fagotto tra le braccia e mille pensieri che si affollano nella testa. Proprio come adesso davanti a queste veneziane che si affacciano sulla notte: in cielo la Blue Moon, davanti le finestre in penombra di altre stanze. Uno sguardo pudico sull’altrui sofferenza proprio come in quelle notti in cui, entrambi in una valle di lacrime, contavamo il passare dei minuti nell’attesa di un ristoro che tardava a venire. E chissà, chi guardava noi dall’altra parte e pensava che quelle fossero le uniche finestre felici in tutto l’ospedale! Ci sono stati molti aggettivi in quei primi giorni e per tutto il primo mese almeno ma felice e gioioso non erano nella lista.

Ritrovo in questi giorni quelle stesse emozioni, come se colassero dalle finestre del piano di sopra dentro questa stanza. Non le ho digerite, sono tornate su come un rigurgito acido non appena messo piede qui dentro e di notte me le ritrovo che mi guardano e mi dicono “allora?”. Allora siete una sofferenza ancora viva, timore, angoscia e rimpianto. Allora vorrei lasciarvi qui ma so che vi porterò con me per sempre. Allora la situazione è cambiata, abbiamo nuove difficoltà ma anche uno spirito diverso.

Le stesse lenzuola ora accolgono anche me. Se il saturimetro la smettesse di suonare si potrebbe anche dormire un pochino, mettere da parte i pensieri e i ricordi opprimenti con i quali non sei ancora in grado di fare pace. Lasciare che ti guardino senza che il loro interrogativo ti ferisca, lasciare che le lenzuola siano lenzuola e il gioco di luci delle veneziane solo una strana bellezza che questo ospedale regala a chi la notte non dorme nella sua stanza con la sua sofferenza.