Il senso dell’attesa

Spesso si dice che essere in gravidanza è essere in dolce attesa.
Con la mia prima gravidanza il senso di questa espressione mi è un po’ sfuggito:  stavo bene, ho lavorato fino all’ottavo mese quindi ero impegnata nelle cose della vita normale e nei preparativi per l’arrivo del bebé. Più che in attesa ero di corsa. Arianna è nata pre-termine: praticamente 15 giorni dopo che ho smesso di lavorare (anche se in verità ero sempre al telefono per un passaggio di consegne fatto male). Avevo appena appena fatto in tempo a finire il fiocco-kusudama e mettere le ultime cose nella valigia. Non ho atteso: si sono rotte le acque e sei ore dopo ero mamma. Ma dai, che culo! bisogna proprio dirlo.

Con la seconda gravidanza il senso di attesa mi è calato sulla testa molto più chiaro e pesante.  Chi ha inventato quell’espressione non è mai stato in gravidanza: di dolce non c’è niente! Innanzitutto i bambini arrivano quando vogliono loro non quando lo vuoi tu, vorrei ricordarlo a tutti i simpaticoni che sul lavoro fanno discorsi tipo “se non ti sta bene, fatti mettere incinta”. Noi un bimbo lo volevamo e non veniva e quando finalmente è arrivato sul lavoro non era il momento migliore ma che fai, lo rimandi al mittente? Anche no e ringrazio il cielo di avere avuto la possibilità di scegliere.
Non sono stata bene sin dall’inizio: le contrazioni, la schiena, lo stomaco, la stanchezza atomica, l’insonnia. Ho dovuto anticipare l’astensione dal lavoro anche se non volevo: avrei potuto lavorare da casa ma non è stato ritenuto necessario. Sai con che cuore mi sono vissuta questi mesi sapendo che qualcuno ha pensato – sicuramente – che fosse furbizia? Sai con che animo penso al rientro, alla probabilità che quel posto di lavoro non sia più quello o non ci sia proprio più? Alla necessità di rientrare subito ma al fatto che un bambino non svezzato non può stare senza mamma?
Sei a casa quindi e ti riproponi di mettere almeno a frutto quel tempo liberato: studiare, fare la brava mamma-moglie-casalinga. E invece le cose non vanno di nuovo come vorresti perché si mette un po’ in mezzo la sorte e un po’ il fatto che hei, sei incinta cara! Non hai fiato, non dormi, sei gonfia goffa ed ingombrante ed il tuo piano di battaglia di 48 ore in 24 non è attuabile, non è realistico. Quindi frustrazione e ansia.

Il nono mese è l’essenza del senso di attesa: hai finito il corso pre parto, hai finito gli esami, il fiocco è pronto, la valigia pure e già in auto. Per scaramanzia non prepari ancora la culla anche se da mesi staziona in cameretta ed impedisce di muoversi, idem il seggiolino auto che sulla piccola utilitaria decreta la fine dello spazio vitale del sedile posteriore.  Hai lavato il corredino, comprato i pannolini, preso almeno una tutina nuova – perché va bene che è il secondogenito ma almeno una cosa nuova alla nascita se la merita – ma ancora non prepari niente nel fasciatoio sennò si impolvera.
Passi le giornate a regime minimo non perché tu voglia ma perché non riesci: fiato corto, pancia di marmo, fitte ma contrazioni 0. Maledette! E venite no? Collo raccorciato e previo al dito dall’ultimo controllo e nulla. Da un mese. Ma si può?!
Arrivi a desiderare di partorire: meglio quello (vomito, dolore, sangue, tagli sai che spasso!) che sto limbo senza fine! Stai lì a contare i calci che ormai sono più che altro pressioni e strusciamenti e se non li senti ti imparanoi e passi la notte a ciucciare il barattolo dello zucchero senza che l’ospite nella tua pancia faccia una piega. Andare al pronto soccorso e fare la figura della paranoica? Dovresti andarci praticamente ogni sera tanto che tuo marito ormai non dorme più perché sta in ansia pure lui e l’unica notte che finalmente dormi ti sveglia di soprassalto “Sento gocciolare! Sei tu?” Ma ti pare!!!!
E poi c’è l’obbligo di firma: è nato? non è nato? perché non è nato? quanto manca? Te lo chiedono in tanti e te che dentro sei tipo il Krakatoa sul punto di esplodere ti ricordi la lezione dei pinguini di Madagascar “carini e coccolosi ragazzi” altrimenti ti ricoverano sì subito ma in neuropsichiatria….

Dolce attesa eh? No, proprio per niente. L’errore è stato anche scommettere di replicare la fortunata esperienza della primogenita: te lo dicono tutti che le gravidanze, i parti, i bambini sono ognuno diverso dall’altro ma da lì a crederci davvero ce ne passa. Quindi ora non mi resta che ammettere di essermela gufata alla grande.
Non resta che aspettare ancora, con la magra consolazione che oltre il termine ti concedono al più 10/12 giorni. Poi c’è l’induzione: dicono faccia malissimo ma oh, almeno si muove qualcosa.

Ciò che una volta presente non ci turba, nell’attesa ci fa impazzire.
Epicuro